Quest’estate ho deciso di concedermi un’avventura come vacanza. Insieme a mia sorella e a mio marito ho deciso di percorrere il GAS (Grande Anello dei Sibillini) in 5 giorni. Il percorso è consigliato in 9 giorni poiché il dislivello è molto impegnativo; anche se i chilometri totali non sono tantissimi, si tratta di 120 km con un dislivello totale di più di 8.000 m (4.373 positivo e 4.174 negativo).
Perché ti racconto questo? Non di certo per narrarti le mie vacanze e tanto meno per vantarmi dell’impresa, anche se la cosa mi alletta 🤭
Quello che voglio condividere con te sono gli stati d’animo che mi hanno pervasa e come li ho approcciati utilizzando tutto quello che sapientemente ti propino da anni 😂
La primissima fase è stata quella dell’entusiasmo: non vedevo l’ora che arrivasse la fatidica data per poter affrontare questa meravigliosa avventura.
Poi è arrivata la seconda. Ho iniziato a informarmi su quello che stavo approcciando e lì è partita la prima ondata di paura: avevo sottovalutato il fattore dislivello. Così, dato che mancavano ancora due mesi alla partenza, mi sono dedicata alla pianificazione. Parto fortunatamente — o meglio, non è tanta fortuna ma impegno — con una base di 4/5 allenamenti alla settimana, così ho deciso di aggiungerne uno specifico di camminata insieme a mia sorella la domenica mattina, di almeno 15 km con 1.000 m di dislivello.
Ok, la paura non è magicamente passata, però sono riuscita, con la pianificazione, a metterla momentaneamente in pausa, dicendomi che il suo posto sarebbe dovuto essere — se proprio voleva un posto — qualche giorno prima della partenza.
Così sono passati i mesi e mi sentivo sempre più in forma. All’apice delle mie prestazioni, a meno di un mese dalla partenza, inciampo durante un box jump e mi faccio male al ginocchio: niente di grave, tuttavia mi sono dovuta fermare 10 giorni dall’allenamento e ovviamente dalla camminata.
Lì è partita la terza fase, e prontamente la paura è tornata a farmi visita con un bel “E se non ce la facessi?”. Purtroppo — o per fortuna — solitamente quella è una frase bandita dal mio vocabolario 😅 e la magia è stata proprio lì: per la prima volta mi sono data il permesso di non farcela senza lasciare però niente al caso.
Mi sono organizzata per darmi l’opportunità di non forzarmi, così mi sono messa d’accordo con mio padre che, se fosse stato troppo, gli avrei mandato la mia posizione per farmi venire a prendere. Questo è bastato per sedare nuovamente la mia paura e, nel frattempo, si è rimesso anche il ginocchio.
Arriva il fatidico giorno della partenza e ci trasferiamo al punto di via. Mentre mio marito ed io aspettiamo l’arrivo di mia sorella, ci ritroviamo seduti su una panchina a chiacchierare e noto, a malincuore, di non essere per niente felice: constato che la paura si è riavvicinata, mista allo sconforto all’idea di non poter essere all’altezza dell’impresa. Essendo però giunta alle porte dell’esperienza, lascio che queste sensazioni mi animino senza contrastarle e così partiamo.
Mi do un unico traguardo: chiudere la giornata.
Quello che si susseguirà saranno una serie infinita di salite e valichi di vette e, senza quasi che io me ne accorga, timida — ma anche non troppo — vedo la mia fedele compagna fare capolino: la mia amata testardaggine. E, un piede dietro l’altro, mi ritrovo a capo del branco a dare ritmo alle salite. Poi, però, sono arrivate le mie tanto temute discese, e lì sono stati veramente cavoli amari. Ma d’altronde si sa: un punto debole ce l’abbiamo tutti, ed è meglio sapere qual è 😏
E così, un piede dietro l’altro, una salita alla volta — ahimè discesa compresa — ho chiuso tutti e 5 i giorni!
Non è stato un miracolo: è stata pianificazione e ascolto profondo. Se mi segui o mi conosci potrai leggere nel mio racconto tante strategie che spesso consiglio durante i miei percorsi di counseling. E, come si suol dire, “ben fatto è sempre meglio di ben detto” 😁
Ah, dimenticavo: al rientro sono ripassata davanti a quella panchina, ed è proprio vero che da un viaggio non si torna mai gli stessi ☺️
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